Indovinare la strada

Tra i miei clienti c’è un teatro chiamato Oltheatre e questa è un’illustrazione che ho realizzato per il lancio della stagione 2018/2019.
In questo teatro, oltre a curare tutta la parte di grafica offline e un pochino di online (locandine, manifesti, banner), affianco il Direttore Artistico nella progettazione dell’identità visiva sia dei singoli spettacoli sia dell’intero brand “Oltheatre”.
É un lavoro molto bello, e ripensandoci ha radici lontane…

Stamattina ho puntato la sveglia presto, e forse è per questo che le parole faticano a uscire. La mente è ancora intorpidita, e allora io la sveglio seguendo il filo di un ricordo che mi è molto caro.

Dovevo avere all’incirca tredici o quattordici anni.

A quell’epoca accompagnavo spesso e volentieri mio padre in giro per commissioni.
Mi divertivo a stare con lui: mio padre possiede il dono dell’argutezza e un umorismo sottile che ho sempre sperato di aver ereditato, per cui riusciva ad aggirare senza affanno quel mio guscio di timidezza adolescenziale che si stava via via ispessendo.
Un giorno, tornando a casa, siamo finiti a parlare di cosa io avrei voluto fare da grande.
Ricordo di non aver tentennato un secondo e di aver sciorinato con fatale sicurezza queste tre professioni: fumettista, grafica pubblicitaria e, vedendo in quel momento il manifesto di uno spettacolo appeso in uno spazio affissioni lungo il marciapiede, “quella che fa le locandine”.

Ora invece ti racconto un’altra storia.

“Un soldato Gurkha riesce a scappare da una prigione giapponese nel sud della Birmania e attraversa per seicento miglia la giungla, verso la libertà.
Il viaggio dura sei mesi: lui lo affronta senza mai chiedere la direzione a nessuno e senza mai perdersi.
Per orientarsi usa una mappa e quando finalmente raggiunge l’India la mostra agli ufficiali che lo hanno accolto, che vogliono sapere della sua odissea.
Lui, allora, traccia con una matita il percorso che ha seguito, le strade e i bivi che ha superato, i fiumi che ha incrociato.
Lo ha servito bene, quella mappa, portandolo a destinazione, ma i suoi interlocutori non la pensano allo stesso modo: quella che il soldato ha utilizzato è la mappa di Londra”.

La storia di come io sia arrivata da quel puntino lontano nel tempo -in cui intuivo che, tra tutte le direzioni che avrei potuto prendere, ce n’erano alcune che mi chiamavano più di altre- al punto in cui mi trovo oggi è molto simile a questo racconto, che ho letto l’altro giorno nel blog di Seth Godin.

La morale è: non importa non avere la mappa, quello che davvero conta è saper interpretare la bussola.

Una bussola ti porterà sempre a destinazione, nonostante la più sbagliata delle mappe. E la sai una cosa?
A distanza di quasi vent’anni, io e mio padre ci siamo ritrovati ad avere come cliente lo stesso teatro: lui fa il suo lavoro di tecnico del suono ed io, beh… io faccio le locandine.

Altre lettere che ho scritto

Vuoi riceverle nella posta?

Una nuova lettera ogni lunedì per parlare di creatività, processi e identità – visiva ma anche no.
Alcune finiscono qui, ma la maggior parte rimane uno scambio privato. 
Vuoi riceverle anche tu?