Lettera del 23 aprile 2019

Della creatività

Io non so spiegare con precisione quali percorsi seguono le intuizioni quando affiorano nella mente sotto forma di immagini e stralci di storie.

Nella sua forma più istintiva (quando, cioè, questo processo avviene spontaneamente, senza forzature di nessun genere) succede come se il ricordo lontano di qualcosa che si è vissuto riaffiorasse sotto l’impulso di una nuova esperienza, generando un contenuto che, pur avendo in sé gli elementi sia del vecchio sia del nuovo, è a sua volta una cosa unica.

A me capita un po’ in qualunque momento: mentre cammino, corro, cucino o disegno all’improvviso vedo o sento qualcosa, il tempo si ferma e la mente si prende tutto lo spazio che desidera per tradurre la suggestione in una forma visiva o verbale.
Io lo adoro, questo processo, tanto più che in fondo in fondo sfugge sempre al mio controllo.
Il meccanismo del suo cuore pulsante rimane un mistero
 e l’unica cosa che ho potuto fare, negli anni, è stata imparare ad aprire delle porticine per incanalare questa energia laddove ne avevo bisogno.

E parlo di energia volutamente: mi piace pensare che esista una dimensione invisibile che ci lega gli uni agli altri -e tutti noi al resto del mondo- a cui ciascuno, a suo modo, attinge quando crea.

Questo mi porta a sostenere che nel processo creativo siamo, allo stesso tempo, un canale e un elemento.

Siamo un canale perché attraverso di noi questa dimensione impalpabile può manifestarsi e siamo un elemento perché la nostra stessa essenza determina il risultato finale (io, per esempio, non potrò mai tradurre in musica ciò che sento perché non è questa la mia sensibilità).

Ci ho messo un bel po’ di anni a capire una cosa che adesso mi sembra semplice: ogni esito è una storia a sé ed è frutto di un magma di cose diverse, proprio come un figlio che viene alla luce.

Se alcuni si innamorano del figlio -cioè del risultato- altri, come me, si innamorano del processo, del gusto di scoprire cosa succede se a un po’ di questo aggiungo un po’ di quello. Per questo mi piace tenere appesi, vicino alla scrivania, alcuni dei manifesti che ho realizzato per un teatro con cui collaboro da qualche anno: ogni volta che li guardo mi ricordano che da sola non avrei mai potuto realizzare niente del genere.

Si tratta, in fondo, di una scelta -giocare da soli o riconoscere che per certi risultati si ha bisogno della presenza in campo di altri- ma la cosa importante da tenere a mente è che non ci sono un giusto e uno sbagliato, ma solo un’attinenza più o meno marcata rispetto a come siamo noi.

E questo mi porta dritta dritta alla conclusione della lettera di oggi: che nella vita è cento volte molto meglio non impuntarci sul diventare ciò che vorremmo, ma dedicarci a scoprire giorno dopo giorno chi realmente siamo.

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