Lettera del 15 maggio 2019

Il nome a cui rispondi

Ridefinire un’identità visiva (nella fattispecie, la propria) è un gran lavoro di sintesi e, se mai ti sei chiesto da dove si comincia per tradurre in immagine una cosa complessa come “il tuo lavoro”, non posso che darti una suggestione: dal nome a cui rispondi.

Tra tutti gli incantesimi, le pozioni e le formule magiche del reame, credo che i nomi siano la magia più potente.
Se le parole sono ciò attraverso cui comprendiamo, classifichiamo e riordiniamo il caos del mondo, i nomi sono le scintille di cui possiamo servirci per illuminare la strada quando brancoliamo nel buio.

A livello lavorativo, ogni mia svolta è potuta accadere pienamente nel momento in cui ho trovato il nome giusto per chiamarla.

Lungo il cammino ho risposto (con più o meno convinzione) al nome di tante cose: illustratrice, grafica, cantastorie, narratrice, freelance, libera professionista, microimprenditrice, artista e, il mio preferito di sempre, voce narrante.
Ogni nome con cui mi sono appellata era, per me, uno scrigno contenente emozioni, saperi, esperienze, fatiche, sogni e visioni che speravo di poter trasmettere anche agli altri, nel momento in cui l’avessero dischiuso.
Ma nonostante questa varietà, la vera essenza di “chi sono” sfuggiva sempre, così a un certo punto ho smesso di pretendere una definizione per me stessa e ho iniziato a cercare un nome con cui chiamare il mio lavoro.

Con un foglio in una mano e l’elenco di tutti i lavori che ho concluso con soddisfazione nell’altra, un bel giorno ho stilato una lista delle parole che meglio ne sintetizzavano il succo: progetti di comunicazione, identità visiva, direzione creativa.
Mi piacevano, così le ho prese con me e le usate per incamminarmi in quel percorso di revisione e ordine sul sito che sto ancora ultimando.
Abbiamo fatto un po’ di strada insieme, io e queste parole… fino a quando non ho intuito che in fondo mi piacevano perché mi rassicuravano, e che mi rassicuravano perché suonavano professionali.

Ma non riuscivano a trasmettere – a me in primis a- il vero sapore di come faccio le cose.

Ho dovuto scavare ancora un po’ prima di arrivare al vero punto di svolta di tutto il processo.
Perché la parola magica in grado di racchiudere tutto il resto era già arrivata, solo che io non la potevo ancora pronunciare (e qui potrei sproloquiare sul fatto che, esattamente come i libri, anche le rivoluzioni ci trovano solo quando siamo pronti per metterle in atto…).
Però era lì ad aspettarmi, paziente.

E qui mi torna inevitabilmente alla memoria una storia che la mia professoressa di italiano alle medie ci aveva raccontato a proposito di un suo collega, il quale aveva un modo assolutamente particolare di prendere appunti: ascoltava in silenzio l’intera conferenza senza scrivere nemmeno una riga, salvo poi, alla fine, appuntare sul taccuino una sola, semplice parola, da cui poteva risalire al contenuto di tutto l’incontro.

Ecco, se penso alla “mia” parola anche io riesco a contenere il tutto: riesco a percepire come parti della stessa storia tutte le sfumature delle cose che faccio, posso risalire fino a toccare tutti i rami dell’albero su su fino al cielo, e sebbene non creda che questa svolta sarà quella definitiva (anzi, ci sono talmente tante cose da scoprire che mi auguro vivamente non lo sia!) so anche che le carte, quando vengono scoperte sul tavolo, non possono essere rigirate.

Ogni nuova conquista segna un punto oltre il quale si può solo andare avanti e la mia ultima è questa:

divenire consapevole che ciò che faccio, ciò che dico, ciò che disegno, ciò che cerco, ciò che vedo è profondamente connesso con l’identità -reale, possibile o solo immaginaria- di storie, fatti, cose, luoghi e persone, e con il cammino verso la sua scoperta.

Per questo motivo ho voluto dare al mio nuovo logo l’aspetto di un cielo notturno -dove le briciole diventano stelle, o viceversa- e scelto di accogliere con draghi ed eroi -protagonisti per antonomasia di ogni viaggio di conquista che si rispetti- gli avventurieri che capiteranno sul mio sito da giugno in avanti.

W.C Fields diceva che “Non è tanto il nome che ti danno, quanto quello a cui rispondi”.
Il nome a cui rispondo io sa di abissi da esplorare e di orizzonti da inventare e, anche se è solo una sensibilità tra le tante, ho capito che è l’unica ad essere profondamente mia.

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