Lettera del 17 aprile 2023

[Fare la rivoluzione]

La luce entra adagio dalla finestra.

È una finestra di vetro opaco, liscio e lattiginoso, che incorona una porta di legno bianco in perfetto stile cottagecore. Da questa finestra, dicevo, la luce entra piano, così come piano entrano i rumori della strada, le voci delle persone e le ombre di chi passa, senza sospettare la mia presenza.
La porta del mio studio, la mia porta, sa che mi piace sentirmi così: affacciata sul resto del mondo ma protetta dalla sue ingerenze, ed ogni giorno ovatta per me immagini e suoni.
Questa porta, però, non è l’unica cosa ad avermi osservata nei miei pellegrinaggi e ad aver imparato a conoscermi.
C’è l’albero in fondo alla via che sa quanto io ami, aprile dopo aprile, vedere le sue gemme tingere del verde acidulo della primavera lo scorcio, sicché durante la bella stagione pare quasi che la strada termini in un bosco.
Ci sono i fiori dei rampicanti indisciplinati che fanno capolino da oltre i muri dei cortili, e quelli più docili che abitano i vasi sui balconi; entrambi sanno quanto io apprezzi i loro colori e i loro profumi e non mi lesinano mai né gli uni né gli altri.
Ci sono anche i battenti delle porte sulle strade -spesso senza tempo e senza padrone- i quali, avendo scoperto che mi piace indovinare storie nei dettagli, cercano di offrirmene sempre di nuovi quando passo, e così fanno le crepe nei muri, le finestre socchiuse, gli scorci di cielo tra i tetti e tutta la carovana di particolari su cui ogni giorno poso gli occhi.  

Sono consapevole, naturalmente, che a compiere la magia non sono le cose ma il mio sguardo su di esse, uno sguardo che anima l’inanimato e che è sempre più attratto dal piccolo, dal marginale, dall’impercettibile. Dall’essenziale.
Del resto, se potessi trasformare in un filo ciò che plasma il mio quotidiano di questi tempi e poi provassi a riavvolgerlo, il gomitolo che ne uscirebbe starebbe comodamente in un guscio di noce. 
Ormai non vado più lontano della distanza che corre tra la casa e l’asilo, tra l’asilo e lo studio, tra lo studio e la casa. Conduco una vita prossimale, di quartiere, e anche dal punto di vista professionale non scorgo più all’orizzonte le grandi ambizioni, i grandi obiettivi, le grandi promesse. Non mi interessa gettare lo sguardo tanto in là.
Al contrario, cammino guardando a terra, tra i sassi, le erbacce e i sampietrini del selciato, a dove sto mettendo i piedi. E se penso a quale desiderio “alto” sta guidando i miei passi, penso a questo: fare del mio meglio con ciò che c’è.
Nulla di più, nulla di meno.

E cosa c’é? C’è lo stupore per la ricchezza del pezzetto di mondo che mi circonda, c’è l’amore per il mio lavoro, c’è la gratitudine per il molto che ho. C’è questo sguardo sulle cose che impasta, trasforma e restituisce una visione nuova del tutto.
Lo sguardo che riconosce in una semplice porta di legno un’anima gentile, che percepisce una collina raccontare le sue storie o che vede navi pronte a salpare dai tetti. 
Fare del mio meglio significa fidarmi di ciò che c’è: non imbrigliarlo con idee soffocanti, non forzarlo a essere quel che non è, non costringerlo verso percorsi studiati a tavolino. Non preoccuparmi di stabilire cosa voglio o cosa non voglio ma stare nel flusso della vita che accade, lasciarmi trasformare da quello che arriva e poi restituirlo di nuovo, ancora e ancora.
C’è insomma quello che c’è sempre stato, solo ripulito dall’invadenza del rumore altrui, dai sogni indotti o da quelli troppo vanitosi (queste cose le lascio ai markettari, ai professoroni e agli esperti di ogni sorta, a quelli che gridano anziché domandarsi cosa resterà della loro voce fra cent’anni).
Perché se c’è un modo adatto a me di fare la rivoluzione, sento che passa proprio da qui.
~
Ed è strano. La vita si è fatta piccola, ma il cuore non l’ho mai sentito tanto grande.

L’orizzonte si stendeva oltre il suo naso, vasto e sconfinato. La Lepre lo guardò.
“Come farò a raggiungerlo?” chiese, pensierosa.
“Nell’unico modo possibile” rispose la Tartaruga.
“Con un passo dietro l’altro”.

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