Lettera del 7 maggio 2021

[Lasciare entrare la Primavera]

Lo sapevi? Le newsletter che mando contengono sempre un'illustrazione che puoi utilizzare come sfondo del cellulare 😉

È lieve la sera di maggio. 

Bussa piano e si svela dolcemente, come fosse la corolla d’un fiore che profuma di erba, di miele, di promessa di compimento.
La primavera non urla, non stride, non sgomita; arriva quando meno te l’aspetti -eppure sempre puntuale- e tu non puoi fare a meno di notarla, di lasciartene incantare, di seguirne la scia fino al tramonto, ogni giorno.
Mi domando se sia possibile imparare il suo linguaggio, imitarne almeno un poco i modi; dire o fare qualcosa che, per qualcuno, abbia talmente valore da non importare se, addirittura, accade una sola volta all’anno. 
Non sarebbe bellissimo?

Questo è il pensiero che mi sta accompagnando lungo il fluire di questi mesi strani in cui, a causa di un’esplosione di progetti importanti che da mesi mi assorbe completamente, mi sono ritrovata per la prima volta a dover rivedere l’equilibrio tra il mio essere professionista e artista. 
Mi sto, infatti, dedicando esclusivamente al lavoro, ai progetti, ai clienti; a scapito della produzione di tutte quelle immagini e illustrazioni che ho sempre condiviso e che piano piano hanno dato forma alla mia “comunicazione”.
Mi ha spaventato molto, all’inizio, rendermi conto di dover tralasciare questo aspetto -che più di ogni cosa ha sempre rappresentato il mio modo di abitare il mondo-; d’altro canto, questo periodo si sta rivelando un’occasione inattesa di scoprire quanto siamo sempre di più di quello che pensiamo, di quante risorse sappiamo tirare fuori all’occorrenza, di quanto sappiamo essere fluidi e adattabili, se solo accettiamo la sfida di mettere il piedino fuori dal cancello di casa.
Non sto riuscendo a disegnare quanto vorrei ma sto scoprendo qualcosa che mai avrei pensato, e cioè che posseggo altri strumenti per ampliare la prospettiva, per vedere oltre, per immaginare l’invisibile, per sognare il gusto che mi piacerebbe avesse il futuro.
Ho trovato altre strade per non appassire, e per lasciare entrare la primavera.

In fondo, se in tutto questo tempo ho imparato a conoscermi almeno un po’, so bene che da qualche parte, in qualche fessura tra le costole e il cuore, si sta accumulando qualcosa: tutto il non detto e il non messo a fuoco, tutte le sensazioni a cui non ho dato il tempo di divenire pensieri, e poi storie e poi immagini. Sono lì a sedimentare, in attesa del momento giusto per esplodere e germogliare, ancora una volta. 

Oggi per me sarà una giornata speciale (ti dico il perché nel box sotto “Storie che sto raccontando”) così voglio salutarti con l’unica, piccola storia che ha trovato lo spazio di crescere in questi mesi. È il mio abbraccio per ringraziarti di avermi aspettata anche questa volta, di essere essere qui.
Per il resto spero che tu stia bene: se ti va di raccontarmelo, di condividere una riflessione o anche solo dirmi ciao, io sono qui e ti leggo (e rispondo) sempre volentieri ♥︎

Alla prossima, quando sarà!
Clarissa

C’era una volta una Quercia che aveva piantato le radici nei pressi del limitare di un vigneto.

Com’è noto, c’è un solo modo per conoscere l’età esatta di un albero ma, siccome non avremmo cuore di segare il suo bel tronco (e dato che siamo solo all’inizio della storia), ci limiteremo a dire che era grande abbastanza da abitare i ricordi infantili degli abitanti più anziani del circondario.
Stando così le cose, vi starete senz’altro immaginando una quercia alta, imponente, maestosa…
E avreste ragione, se solo non fosse che, di questa storia, faceva parte anche il padrone del vigneto il quale, per chissà quale motivo, ogni inverno si muniva di scala e di sega e si assicurava di offrire alla Quercia una generosa potatura.
Così andavano le cose anno dopo anno, sicché la Quercia non riusciva mai a guadagnare una dimensione degna della sua età.

Un giorno del penultimo inverno, una Volpe che aveva fatto la tana nei dintorni assistette per la prima volta alla scena della “potatura”: vide il contadino decimare tutti i rami che la Quercia aveva faticosamente gettato nell’anno precedente, e quando ebbe finito e se ne andò fischiettando -lasciandosi alle spalle l’albero tremante e malamente mozzato- la Volpe avvertì una fortissima stretta al cuore.
I bei labirinti di rami che si assottigliavano man mano che raggiungevano il cielo come fuochi d’artificio erano spariti, mentre grosse cicatrici segnavano il tronco lacrimoso in più punti.
La Volpe si rabbuiò per la crudeltà dimostrata dal contadino e quella notte, anziché addentrarsi nel bosco, decise di fare visita al suo pollaio sospinta, va detto, da un pizzico di voglia di nuocere.

Passarono i mesi e arrivò la primavera.
La Volpe aveva continuato le sue faccende, ma quando aveva notato le prime, piccole gemme fare capolino tra le braccia amputate della Quercia non aveva potuto trattenere un respiro di sollievo.
Da allora, la prima cosa che faceva al mattino appena sveglia era spingere il muso fuori dalla tana e gettare un’occhiata alle fronde, che di giorno in giorno si facevano sempre più verdi.
A maggio il fogliame era ormai fitto e rigoglioso, sicché chi fosse passato di lì, guardando in sù, mai avrebbe indovinato che pochi mesi prima era avvenuto un incontro tra la Quercia e la sega del contadino: la Volpe se ne rallegrò e finalmente mise da parte la sua apprensione finché in un soffio arrivò, e passò, anche un’altra estate.
Le giornate della Volpe erano trascorse veloci, equamente suddivise tra azioni di caccia, sonnellini e giri di ricognizione, e quando i primi freddi bussarono alla porta, nella sua mente la Quercia era ormai diventata un ricordo lontano.
Dal canto suo, la Quercia aveva cominciato a tingere le foglie di rame ed ottone e a svelare la bella architettura dei rami e dei getti che aveva prodotto quell’anno. Insomma, il flusso della vita sembrava essere tornato a scorrere esattamente come doveva…

Un mattino di freddo pungente -di quelli bianchi bianchi, in cui la nebbia non ne vuole sapere di cedere il posto al giorno- la Volpe venne svegliata di soprassalto dal baccano di un motore.
Spaventata, spinse il muso fuori dalla tana ed era già pronta a scappare, quando vide che il frastuono era causato da un furgoncino guidato dal padrone del vigneto. Lì per lì non capì cosa stava succedendo…
Poi, però, vide una scala e una sega fare capolino dal vano aperto, ed ebbe un sussulto. La Quercia!
All’improvviso ricordò ogni cosa: la scena a cui aveva assistito l’anno prima, la preoccupazione che l’aveva accompagnata durante la primavera, il sollievo e la gioia dell’estate. Ebbe l’istinto di fare qualcosa, qualunque cosa… e poi, di fatto, non poté fare altro che rimanere impalata a osservare la sega decimare le fronde un ramo dopo l’altro, immobile e impotente.
Sul finir del mattino il lavoro era fatto e ora, esattamente come un anno prima, la Quercia giaceva inerte, triste e spoglia, privata del frutto della sua fatica.
La Volpe era sconsolata. 
Per prima cosa, naturalmente, si arrabbiò con il padrone del vigneto: con che diritto aveva agito? Come si poteva essere capaci di una tale crudeltà? Che senso aveva?
Poi, terminati gli scongiuri, se la prese con sé stessa perché sapeva di aver avuto troppa paura per intervenire. Infine, dal momento che aveva permesso che la si trattasse a quel modo, se la prese pure con la Quercia: in fondo, se non era lei a badare a sé stessa, chi poteva farlo al posto suo?
E di nuovo, quella notte, fece visita al pollaio del contadino.

Giorni amari continuarono a passare, finché la stagione fredda -che già aveva preso a sfumare- si rivelò essere anche l’ultima che la Volpe trascorse nei pressi del vigneto poiché, dato che era una volpe femmina, presto incontrò un compagno e insieme decisero di cercare una tana più protetta per mettere al mondo i cuccioli.
A differenza della prima volta, però, la Volpe non dimenticò più l’accaduto, si incattivì con l’Uomo e da allora non perse occasione né di parlarne male né di fare visita ai pollai. 
Poi, proprio come passa anche il peggiore temporale, era svanito un altro inverno e di nuovo, avvertiti i primi caldi, la Quercia si era vestita di piccole gemme che presto erano esplose in fogliame.
Stavolta la Volpe non era più lì per rallegrarsene… Ma dobbiamo dire che c’era qualcun altro a cui non era sfuggita l’intera vicenda.

Poco lontano dal vigneto abitava un Artista il quale, com’è normale per gli artisti, era sempre in cerca di ispirazione e per trovarla aveva preso l’abitudine di passeggiare per le stradine dei dintorni, facendo spesso tappa accanto alla Quercia.
Un bel mattino di maggio, di quelli in cui il cielo è talmente azzurro e luminoso da invogliare a essere felici senza un perché, passando di lì non poté fare a meno di fermarsi ad ammirarla, splendente e rigogliosa. Era così diversa da come l’aveva vista solo qualche mese prima, così bella… ed ebbe un’intuizione.
Fu un lampo, un guizzo inspiegabile di quelli che hanno i creativi. Corse a casa e si mise all’opera.

Anche se non ci è dato sapere cosa produsse esattamente l’Artista nel silenzio del suo studio, quello che è certo è che, da allora, circola il racconto che vi ho riportato oggi: la storia di come una Volpe e una Quercia incontrarono le ingiustizie del mondo, e di come vi reagirono.
L’una indispettendosi, l’altra abbracciandosi… e decidendo di continuare a seminare bellezza a ogni primavera.

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