Lettera del 18 luglio 2021

[I fiori lo sanno]

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In questo periodo mi commuovo spesso.

Mi commuovo per le scene dei film.
Mi commuovo per le tragedie raccontate al telegiornale.
Mi commuovo per i cieli la sera, che sono troppo belli.
  Mi sono commossa quando ho posato per la prima volta lo sguardo sulla distesa di velluto del Pian Grande, sull’altopiano di Norcia, perché mi aspettavo dei fiori che invece, per via della siccità prolungata, quest’anno non sono riusciti quasi a nascere.
Ho pianto per loro ma mi sono commossa anche perché, nonostante questo, la bellezza impregnava l’aria e il cielo.
  Non riusciremo a cancellare la bellezza dal mondo, ho pensato, e chissà perché ci stiamo provando. Non serve poi molto per vivere bene.
  Allora mi sono dispiaciuta per me, per le chimere che comunque persevero a inseguire, per le trappole che mi tende l’orgoglio e in cui continuo a cascare.
  “Devo fare di più – devo arrivare fin là – non devo perdere tempo…” e via dicendo, all’inseguimento di obiettivi che in fondo non sono miei, di performance assurde, di vasche di lavoro estenuanti in nome di una crescita che, però, non mi sta portando dove ho bisogno di andare.
  Qualche tempo fa ho trovato in questa newsletter di Ljuba il rimando a un video dell’Associazione Tlon in cui Maura Gancitano esprime una bella riflessione sul concetto di “fioritura” anteposto a quello di “crescita”.
  Ebbene, ha risuonato a lungo: i fiori sbocciano e appassiscono, in un ciclo eterno.
  Non se ne fanno un cruccio, non pensano “dobbiamo fiorire per sempre”. È la natura di tutte le cose, e loro l’abbracciano con semplicità.
Invece noi abbiamo la pretesa di essere al massimo ogni giorno delle nostre vite, di sentirci (o almeno apparire) felici, pronti all’azione, sul pezzo, inappuntabili e inattaccabili.
  La verità è che, per calarci in questo flusso, abbiamo bisogno di lasciar fluire anche il suo opposto e di sentirci tristi, incapaci, deludenti, inconcludenti; abbiamo bisogno di trascinarci in fondo al pozzo in cui risiedono le storture delle nostre vite e stare un poco in loro compagnia, imparare a conoscerle, a guardarle negli occhi senza abbassare lo sguardo.
  Pretendere di avere un carattere, o una vita, senza storture né limiti è semplicemente assurdo. Eppure è quello che chiediamo a noi stessi (e -comincio a pensare- di riflesso anche al mondo che ci circonda: un mondo che non deve deluderci mai, con scaffali sempre pieni, produttività sempre in crescita, consegne a tutte le ore, mete da sogno a portata di mano, corpi perfetti a basso costo e l’illusione che la fatica di vivere possa essere tenuta lontano semplicemente chiudendo gli occhi davanti alle cose che potrebbero farcela incontrare).
  Ma pretendere di essere sempre in boccio e di non avere bisogno di appassire, non significa forse imbalsamarsi, fossilizzarsi, rinunciare alla speranza di una nuova fioritura?
  Nel fondo del mio pozzo ora sto sedendo proprio accanto a questo: alle mie pretese di perfezione e di infallibilità (perché non sapete quanto mi terrorizza l’idea di deludere le aspettative) e, soprattutto, alla pretesa ancora peggiore di cancellarle per sempre. Di “migliorarmi” una volta per tutte.
  Le mie insicurezze fanno parte di me e così sarà sempre, ma forse basterebbe imparare ad ascoltarle, capire cosa mi vogliono dire per non cascare nei loro tranelli.
  L’orizzonte che vedo dalla curva a cui mi ha portato parte del lavoro degli ultimi mesi non mi convince fino in fondo, ma ormai sono qui e, tutto sommato, anche una brusca deviazione verso un dove che ancora non riesco a immaginare sarebbe una scelta inconcludente.
  Da fare c’è soltanto una cosa: dare tempo al tempo, proseguire per questa strada ma iniziare a guardarmi attorno (e non solo avanti) per non perdere l’incrocio di un sentiero più adatto a me, non appena si presenterà l’occasione.
  Imboccarlo senza paura.
  Avere fiducia nel fatto che non siamo mai dove non dobbiamo essere.

I fiori lo sanno, e forse ora lo sto capendo anch’io.

L’Aspirante Giardiniera non poteva credere ai suoi occhi.

Indossata la vestaglia per uscire sul terrazzo -com’era sua abitudine fare tutte le mattine- si era ritrovata ad ammirare la fioritura più stupefacente che avesse mai visto.
Le piante di sempre, quelle di cui si prendeva cura a momenti alterni -ora con sollecitudine, ora distrattamente, in base all’ispirazione- si stagliavano nei vasi adorne di corone di fiori variopinti, squisitamente in barba all’etichetta del vivaio che invece, dal suo pulpito sospeso, predicava per ognuna un periodo diverso.

A rendere l’evento ancora più incredibile c’era il fatto che l’Aspirante Giardiniera, nonostante la propria aspirazione, non aveva esattamente il “pollice verde”. S’impegnava come poteva, d’estate più che d’inverno, ma riconosceva che il più delle volte ciò che faceva era solo il minimo indispensabile; si capisce allora che quanto era accaduto aveva del sensazionale: il Limone, il Pomodoro, la Menta, le Primule, i Gerani, gli Oleandri, il Gelsomino, il Rododendro, le due Ortensie, la piantina di Fragole e persino le palme e le piante grasse di cui non aveva mai saputo il nome (né tantomeno sospettato potessero fiorire) macchiavano lo spazio di colore, esibendo rami e chiome ricoperte di corolle.
Era esploso tutto e tutto insieme tanto che il terrazzo, ora, pareva un giardino. Cosa pensare?

D’istinto, l’Aspirante Giardiniera cercò di ricordare le circostanze di quei giorni: era forse merito del fertilizzante? Delle recenti innaffiature? O del clima, che quell’anno si era mantenuto fresco fino a maggio inoltrato? Delle congiunzioni astrali o della luna piena?
    Più cercava di capire e meno ne veniva a capo e così, alla fine, decretò che non c’era nulla di veramente diverso che potesse spiegare una tale esplosione simultanea e si risolse (più saggiamente) di limitarsi a rallegrarsene.

È certo un peccato che uomini e piante non parlino la stessa lingua.
Se così fosse, il mistero che l’Aspirante Giardiniera non riuscì mai a risolvere non sarebbe apparso tanto insondabile… Ma forse noi, dal nostro punto di vista privilegiato di narratori, possiamo azzardare una risposta.
Torniamo un attimo indietro e solleviamo il velo: eccole lì, le piante sul terrazzo. Sono ciascuna al proprio posto, come sempre, ma guardate come stanno confabulando!
Sono settimane, in effetti, che sono eccitate per qualcosa.
Hanno osservato l’Aspirante Giardiniera negli ultimi mesi e si sono accorte che lei stessa ha sollevato un velo.
Gli esseri umani di tanto in tanto lo fanno: attraversano soglie invisibili, passano da un prima a un dopo.
Cambiano.
Germogliano.
Il più delle volte, però, deve trascorrere diverso tempo prima che se ne rendano conto (sono lenti di comprendonio, poverini!).
Ma i fiori no, loro lo sanno subito poiché l’accadere invisibile delle cose è il loro linguaggio.
Allora, senza chiamare in causa la luna, quello che accadde quella mattina sul terrazzo altro non fu che il sorriso delle piante per il cambiamento che avevano riconosciuto e che l’Aspirante Giardiniera, in cuor suo, iniziava solo ora a intuire.

Per questo, la prossima volta che una pianta vi regalerà un fiore, fateci caso. Potrebbe essere il segnale che state per germogliare anche voi.

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