Ti presento Anna

Seminare
2 giugno 2017

Per molto tempo non mi sono posta il problema di “chi fossero” le persone a cui le proposte dell’Officina erano destinate. Ho vissuto placidamente nell’incoscienza, senza avere un target e senza sapere né cosa fosse né a cosa servisse esattamente.

La pulce nell’orecchio è arrivata nell’estate 2016 quando, al termine del primo anno di vita dell’Officina, tiravo le somme ed iniziavo a intravedere la strada che mi avrebbe portata a definire le prime proposte a sostegno della microimprenditoria femminile.

Target. 

Questa parola misteriosa veniva citata spesso sui blog che seguo.
Grazie ad alcuni articoli (come questo) ho iniziato a capire che la funzione del target non era legata esclusivamente a esigenze strategiche o alle necessità del marketing, ma poteva acquisire un respiro più ampio, nell’ottica della costruzione di un dialogo autentico con le persone potenzialmente interessate ai miei servizi.

È dovuta passare ancora un po’ di acqua sotto ai ponti prima di capire che, se volevo fare un salto di qualità professionale importante, non potevo più aspettare ma dovevo sedermi e riflettere sull’identità della mia cliente ideale.

Ho cestinato parecchi identikit, tutti molto incerti e… troppo simili a me.

Questa, infatti, è la cosa che ho trovato più difficile da fare: riuscire a separare lei da me, i suoi interessi, le sue paure, le sue aspettative, i suoi gusti, il suo stile di vita dal mio.

…E poi è arrivato il mese di maggio (si esatto, quello che si è appena concluso).

Il mese dei BATTESIMI, delle COMUNIONI, dei MATRIMONI, dei SAGGI DEI FIGLI. Un mese pieno zeppo di cose a cui io non avevo minimamente pensato.
Tra le mille questioni che mi sforzo sempre di anticipare, questa prevedibilissima faccenda degli impegni familiari mi era veramente sfuggita!

È stato così che, davanti alle adesioni ai workshop in caduta libera, ho capito che lei esisteva realmente e che viveva in una dimensione diversa dalla mia, con cui ancora non ero in sintonia ma di cui dovevo iniziare a tenere conto.

Ma quindi, chi era lei?

Per arrivare a conoscerla davvero sono ripartita da un mix di domande tratte da alcune “schede cliente ideale” trovate sul web e le ho arricchite con le cose che, secondo me, hanno accomunato tutte le donne che sono venute in Officina nel corso dell’anno.

Grazie a questo “bagno di realtà” sono riuscita a immedesimarmi un po’ di più e ad ottenere un identikit più realistico… ma il dettaglio decisivo, quello che mi ha permesso di considerare le risposte appuntate su un foglio di carta come il profilo di qualcuno di reale (e non come un patchwork tra “domanda e offerta”), è arrivato sotto forma di intuizione una sera, pedalando verso casa:

“Il mio nome è Anna”

Il suo nome. Non un nome qualsiasi, ma un nome che ho da subito percepito come suo (e, siccome questo senso di appartenenza è una cosa che non so proprio spiegare, credo di essere sulla buona strada!).

Da qui, ho iniziato a comporre il resto del suo mondo.

Le prime informazioni che ho “raccolto” su di lei non riguardavano i suoi colori preferiti, dove le piace andare in vacanza o che social frequenta maggiormente, perché mi sono resa conto che sono sempre stati questi dettagli a portarmi fuori strada, a far coincidere il suo stile di vita con il mio.

Per poter incontrare Anna ho capito che avevo bisogno di partire da aspetti più essenziali e profondi; ho capito che avevo bisogno, soprattutto, di comprendere in base a cosa questa donna operava le sue scelte, per trovare dei punti di contatto autentici tra le sue necessità e le mie proposte.

E cosa ho scoperto?

Che Anna può essere una giovane mamma che sogna di creare un piccolo brand per le sue espadrilles fatte a mano, oppure una ragazza di quarant’anni che desidera intraprendere una carriera come web designer, può vivere in provincia o in città, può piacerle il rosa e può detestarlo, può adorare Facebook ma avere difficoltà con Instagram e viceversa, in ogni caso, qualunque siano i suoi gusti e le sue occupazioni, la caratteristica principale che la contraddistingue è il fatto di essere una donna che ha deciso di darsi una possibilità.

A questo aspetto, che considero il biggest why, ne sono seguiti altri (cosa le piace e cosa non le piace, le sue attitudini, le sue paure, i suoi bisogni, quello che le è d’aiuto per costruire il suo lavoro e quello che considera utile o legge con piacere) e così piano piano Anna se ne è uscita dalla sua paginetta e si è fatta davvero reale, portando con sé le speranze, le aspettative e i bisogni di molte altre donne come lei.

Io le voglio già bene: per la voglia di farcela che la terrà sveglia la notte, per i momenti di sconforto che dovrà superare, per le persone che crederanno in lei – che già ci sono o che deve ancora incontrare.

Le voglio bene perché amo il mio lavoro, e il mio lavoro non ha poi tanto senso al di fuori del dialogo con lei. 

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