Di come ho fatto pace con Instagram (e del perché ero arrabbiata con lui)

Seminare
9 giugno 2017

La parabola del mio rapporto con Instagram ha attraversato tutte le fasi tipiche della “cotta”.

All’inizio lo guardavo da lontano: era il “bello” della scuola e la sua popolarità in ascesa lo aveva reso l’ “it boy” del momento, quello da conoscere per entrare alle feste più esclusive, ma siccome mi sembrava che tutta questa fama fosse dovuta all’ostentazione gratuita di qualche selfie in bikini, lo osservavo sospettosa e mi tenevo un po’ alla larga.

Poi, un giorno, ho rivisto un’amica che lo frequentava da qualche anno, e com’è e come non è siamo finite a parlare di lui. Questa mia amica mi ha parlato di un Instagram totalmente diverso dall’apparenza che percepivo: il suo racconto ritraeva una realtà in cui c’era spazio anche per le cose semplici e belle che piacevano a me, così mi sono convinta a dargli una possibilità e provare a frequentarlo.

Abbiamo iniziato a uscire insieme e ammetto che, conoscendolo meglio, ho dovuto dare ragione alla mia amica. Ho scoperto il lato più profondo ed umano di Instagram, fatto di autenticità, di umanità e di piccole realtà che ci mettono il cuore… e piano piano me ne sono innamorata.

Mi sentivo davvero in sintonia con questo mondo e volevo farne parte; così, smessi i panni della spettatrice, in punta di piedi ho iniziato a sperimentare per trovare un modo di comunicare che mi rappresentasse ma che fosse un “di più” anche per gli altri.

Avevamo iniziato a uscire spesso io e Instagram, e nei nostri incontri mi presentava sempre un sacco di gente, molta della quale parecchio in gamba, parecchio interessante, parecchio “giusta”.
Io volevo piacere per quella che ero e cercavo di coltivare un mio stile, ma quando uscivamo e lui mi parlava degli altri, delle cose belle che facevano e del modo unico in cui lo raccontavano, bè, è stato allora che una vocina malefica ha cominciato a sussurrarmi all’orecchio che tanto non ero all’altezza.

Ogni volta un po’ meno entusiasta, tornavo a casa e continuavo a sperimentare ma più andavo avanti, cercando di capire in che modo raccontare il mio quotidiano, più perdevo di vista di cosa stavo effettivamente parlando.

Avevo iniziato a voler “stupire” e a voler “piacere” un po’ più di quanto non volessi capire in che cosa consisteva la mia unicità, e quindi il senso del mio rapporto con Instagram.

Senza quasi che me ne accorgessi, piano piano, alla spensieratezza che caratterizzava le nostre prime uscite era subentrata una spiacevole patina di ansia da prestazione. Soppesavo le parole, cercavo di apparire al meglio, studiavo il mio stile nei minimi particolari, ma quando alla fine mi riguardavo, paragonandomi inevitabilmente agli altri, mi sentivo sconfitta perché “non abbastanza”.  

Questo tarlo, ormai, aveva portato il nostro rapporto alla deriva: non mi riconoscevo in questa versione di me, così concentrata sull’apparenza ma fondamentalmente a corto di cose interessanti da dire, e l’idea di vederci ormai mi causava solo rigetto.
Ho fatto allora quello che fanno tutte le innamorate deluse e mi sono presa la vituperata “pausa di riflessione”.

In quel momento sono tornata a respirare: tanti giri in bici, tante passeggiate, tanto lavoro offline. Ho anche ripreso i contatti con un amico di vecchissima data che non sentivo da tempo, Illustrazione.

Ci siamo ritrovati in un tardo pomeriggio di fine maggio e abbiamo parlato a lungo: di me, di lui, del nostro rapporto e del perché ci eravamo così persi di vista.

Gli ho confessato che ad allontanarmi era stata la stessa malefica vocina che stava minando anche il mio rapporto con Instagram.

L’illusione del confronto.
L’ansia del non essere all’altezza.
La paura del giudizio altrui.

Al sentire queste parole, Illustrazione è scoppiato a ridere.
“Sei una stupida” mi ha detto, “guardi il dito e non la luna”.

Da allora ci siamo rivisti spesso. Gli raccontavo di me e del mio lavoro; lui mi ascoltava,  interrompendomi di tanto in tanto per chiedermi di disegnare ora un fiore di campo, ora una spiga di grano.
Non abbiamo più parlato di Instagram, ma quando ci siamo incontrati l’ultima volta, Illustrazione ha voluto vedere le foto che avevo fatto, e poi mi ha chiesto di guardare il quaderno su cui avevo disegnato nei nostri incontri recenti.

Ed è stato allora che ho visto un filo sottile unire tutto quanto.

“Queste” mi ha detto “sono le cose che parlano davvero di te, e che vale la pena che tu condivida”.

Oggi io e Instagram abbiamo ricominciato a vederci. Tengo sempre un po’ le distanze, ma del resto non voglio più cascare nel tranello di quella malefica vocina.

Illustrazione invece è tornato ad essere una presenza costante nelle mie giornate e il nostro rapporto è qualcosa che coltivo solo per me. Qualche volta, la sera, andiamo insieme ad aspettare il sorgere della luna nei campi… e finalmente non c’è più niente ad oscurarla

Dedicato a tutti i veri amici che, come le passioni più profonde, sanno sempre trovare le parole e i gesti giusti per sciogliere le nostre paure.

Clarissa

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