Il marketing della relazione

Note a margine
29 maggio 2018

Chi mi conosce bene sa che, di base, sono una persona timida.

Non mi trovo a mio agio in un gruppo di estranei (specialmente su whatsapp!), preferisco ascoltare piuttosto che parlare, spesso edulcoro o non esprimo la mia opinione per non creare conflitti. 

Qualche esperto di marketing direbbe che sono di colore “verde”.

Sono uno di quei caratteri pacati, socievoli ma anche un po’ “sulle loro”, che hanno bisogno di tempo per elaborare i cambiamenti e che si fanno in quattro per creare un ambiente di relazioni armoniose attorno a loro.

É facile intuire la difficoltà che i tipi così possono incontrare quando si parla di “promozione”, “vendita” e “sponsorizzazione” del proprio operato: il fatto di gridare ad alta voce non solo “io faccio questo”, ma “io faccio questo e a farlo sono il migliore” genera in noi un brivido di autentico terrore capace di scatenare i meccanismi di autosabotaggio più fini…

Credo di averli provati tutti: dal classico “quello che faccio non serve a nessuno” al subdolo “perché dovrebbero scegliere me?”, dalla paura di non essere all’altezza alla consapevolezza di non essere nemmeno lontanamente tra i migliori -e avanti così in un vortice di sfumature sempre più tetre e invalidanti.

Nella mia casella mail devono esserci ancora, da qualche parte, le bozze delle presentazioni che preparavo ma che non mandavo (del resto, all’inizio della mia “carriera” pensavo che lavorare comportasse inevitabilmente il dover fare cose di cui non mi importava per persone di cui non mi interessava, quindi potete immaginare il livello di motivazione…).

Insomma, per molto tempo ho vissuto il dover fare promozione come la più atroce delle penitenze, supponendo tra l’altro che il problema della mia reticenza fossi proprio io -io che non ero capace, io che non ero tagliata.  
Ma non era così.

Il fatto è che il contesto lavorativo in cui ci muoviamo è improntato su un modello aggressivo.

Entriamo nella giungla del mercato armati solo della nostra voce e, siccome tutti gridano, subito pensiamo che sia quello l’unico modo per farci sentire: gridare più forte degli altri.

Ci riempiamo i polmoni e iniziamo a gridare pure noi, anche se non sappiamo cosa stiamo dicendo, anche se non capiamo a chi ci stiamo rivolgendo.

Io ho un rigetto innaturale verso il grido, reale o metaforico che sia (mia sorella, che studia bioenergetica, ha una sua teoria in merito…) e così, siccome sono timida ma non arrendevole, oggi credo che sia stato proprio quel mio percepirmi afona a permettermi di esplorare e trovare altre strade, più adatte a me.

Il mondo è vario per davvero, e persino quello del marketing non fa eccezione -checché se ne dica.

Per orientarmi ho iniziato, ancora una volta, a seguire le briciole: a porre attenzione ai dettagli che mi colpivano, alle situazioni che risuonavano, alle opinioni di chi descriveva un modo diverso di porsi, che io percepivo affine.

Ho letto, ascoltato e osservato molto.
Poi ho iniziato a fare, ad applicare a me stessa le cose che mi ispiravano, e non è passato molto prima di scoprire che…

La connessione tra chi sono, cosa faccio e per chi lo voglio fare è talmente stretta che è impossibile toccare un aspetto senza modificare anche tutto il resto.

Presto ho iniziato ad accorgermi che più capivo a chi mi interessava rivolgermi e in che modo farlo, più cambiava anche il mio lavoro, e viceversa.

Se le mie illustrazioni su base fotografica e i miei racconti sono nati da un bisogno personale di esprimermi, il modo in cui ho scelto di svilupparli è stato determinato principalmente dal tipo di risposta data dalle persone che hanno dimostrato di apprezzarli.

Ho capito che quello che faccio, cioè il mio lavoro, è anzitutto un mezzo per costruire relazioni con quelle persone e, soprattutto, ho capito che a me piace che sia così, che ormai non potrebbe più essere altrimenti.

Il mio lavoro è un dare e un avere: è un offrire la mia sensibilità per cogliere e trasformare vibrazioni, è un avere queste stesse vibrazioni indietro, sottoforma di connessioni e supporto sincero.

Oggi voglio lanciare un appello di speranza ai tanti “verdi” come me che però, ancora, non sono riusciti a superare il proprio scoglio, che pensano di essere loro il problema e che per questo non riescono a riconoscere né il loro valore né le risorse che quell’imperituro desiderio di armonia mette loro a disposizione.

A voi tutti dico: mettetevi in ascolto

Mettetevi in ascolto di ogni cosa attorno a voi: di voi stessi, delle persone che incontrate, delle situazioni che vivete, dei disagi che sperimentate e delle cose belle che vedete.
Ascoltate, ascoltate per davvero. Lasciatevi riempire da ogni esperienza e fatela vostra, capite in che modo vi arricchisce e poi…

E poi restituite.

Restituite generosamente quello che avete scoperto, quello che avete compreso.
Fatelo piano, senza fretta. Datevi il tempo di trovare qual è il modo unico, e solo vostro, in cui volete farlo; datevi il tempo di coltivare -anche per tentativi ed errori- la vostra voce.

Soprattutto, sempre, restituite senza paura perché in realtà la maggior parte di noi è in cerca di storie in cui ritrovarsi e di persone con cui costruire relazioni autentiche.

Ricordo di aver sentito dire, da qualche parte, che non si può piacere a tutti: è vero, e in fondo l’unica cosa che conta davvero è arrivare a quei pochi che ti apriranno la porta, che ti lasceranno entrare e che ti permetteranno di lasciare un’impronta gentile.

Forse, nonostante tutto, l’unico marketing che alla fine dà frutto è proprio il marketing della relazione.

Iscriviti alla newsletter

Torna al blog