La dimensione dei desideri

Racconti
7 giugno 2018 

Se glielo avessero chiesto avrebbe risposto che sì, certo che aveva paura.

Sapeva bene che, nel corso di quelle escursioni serali, la paura l’avrebbe marcata ben stretta; così come sapeva che se avesse provato a chiudere gli occhi, una volta giunta nella piccola radura ai piedi della collina, avrebbe sentito ogni rumore tacere sotto al rimbombo assordante del cuore.

Nonostante questo, però, di quelle scampagnate notturne non riusciva proprio a fare a meno: anche se provava paura, non una volta aveva rinunciato a proseguire, non una volta si era rifiutata di cedere al richiamo della sera, divenuto ancora più irresistibile ora che era estate.

Al contrario: superare il timore ancestrale che ci coglie quando cala il buio era diventata, per lei, una scommessa a cui non poteva sottrarsi.

La meta verso cui camminava era proprio là, a poche decine di metri di distanza, ed era stupido non arrivarvi, era stupido cedere a quell’insensato terrore che può generare l’incedere della notte.

E poi, in fondo, paura di cosa?
Sapeva benissimo che a quell’ora, sulla strada, c’era lei sola, mentre il bosco che la costeggiava poteva nascondere tutt’al più qualche biscia.
Non erano forse quelli gli stessi luoghi che frequentava quando erano illuminati dal sole? Non era insensato temerli solo perché il giorno stava morendo?

Ma c’era anche un fatto uleriore, noto solo a lei e comprensibile, forse, a pochi altri.

Lei, di sentire quella paura, aveva bisogno.

Ne aveva bisogno perché, oltre quella strada, lontano da quella radura, al riparo dal buio e dai pericoli, c’erano altre cose che la attendevano e che richiedevano, per essere affrontate, ben più coraggio e nervi saldi di una camminata nel bosco al calar della sera.

Erano tutti i desideri di svolte future che aveva espresso, ma di cui cui non riusciva più a stabilire la giusta dimensione.

Questi desideri, fagocitati da un’ansia sottile -o forse dalla paura di non star facendo abbastanza- si erano espansi a poco a poco nello spazio del suo cuore e lì, divenuti troppo pesanti per volare via, si erano coagulati e compressi, dando origine a un carico di possibilità dall’esito incerto semplicemente insostenibile.

Lei capiva che se ne stava lasciando schiacciare, capiva che se ne stava lasciando inchiodare; ne era consapevole perché, nelle sue giornate, percepiva consistente un vuoto anomalo, riconosceva le tracce evidenti di una mancanza.

Solo non sapeva di che cosa.

E allora, complice l’estate con le sue notti misteriose, la sera andava a ricercare di proposito il buio e le strade deserte perché apposta invocava un’emozione forte, in grado di ricondurla nel qui ed ora.

Forte come la paura. O, forse, come lo stupore.

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