Abbracciare la vulnerabilità (rimanendo professionali)

Crescere
2 ottobre 2017

Ieri ho mandato la newsletter, la prima dopo la pausa estiva.
Come spesso capita, prima di inviarla la faccio leggere a qualcuno e questa volta è toccato al mio ragazzo, il cui feedback è stato lapidario: “bella, ma le tue newsletter hanno sempre qualcosa di negativo!”.

Mi sono offesa tantissimo, poi sono andata in crisi (della serie “ho-sbagliato-tutto-nella-vita”) e poi finalmente, a mente lucida, ho chiesto spiegazioni… E lui mi ha detto che sembra sempre che qualcosa non funzioni.

La verità?

Io nelle mie newsletter parlo, principalmente, del mio percorso.
Un po’ come su questo blog, l’atto dello scrivere diventa un modo per fermarmi e per riflettere con la mia audience sul modo in cui le cose che mi sono successe nell’arco del mese possono arricchire il lavoro.

E sono sincera: raramente le cose filano lisce, difficilmente una proposta funziona al primo colpo, quasi mai tutto va come me lo aspetto.

La maggior parte delle volte si tratta di incassare gli schiaffi, di constatare che occorre ancora aggiustare il tiro, di accettare di non esserci ancora e di trovare la motivazione, nonostante tutto, di provarci nuovamente.

Potrei non parlarne, soffermarmi solo sugli aspetti positivi? Certo, ma taglierei fuori quella che per me è la parte che rende veramente interessante il lavoro in proprio (e forse non solo quello): la possibilità di essere pienamente sé stessi e di trasformare in risorsa ogni cosa che ci succede, anche la più infausta delle cadute.

Non mi convincono mai fino in fondo gli articoli in cui tutto sembra facile, in cui l’autore elenca felice solo i propri successi (o, peggio, sciorina paternalisticamente le cose che ce lo hanno portato).

Ho sempre trovato davvero utile, invece, l’altra faccia della medaglia.

Chi condivide la propria fatica, chi non si erge a esempio da imitare ma offre la sua mano senza censurare i propri momenti bui- perché i momenti bui, gli attimi di panico in cui ci viene a mancare la terra sotto ai piedi, o anche solo quel senso di sconforto davanti alle difficoltà del quotidiano (lavorative ma anche no), sono cose che viviamo tutti davvero molto spesso e credo che trovare la propria quadra per conviverci, anzi, per renderli occasione di crescita per sé e per la propria attività, sia l’unico modo per non soffocare nei momenti di stallo.

Non saprei dire quando ci hanno convinto che il fallimento sia la cosa peggiore che ci possa capitare, o che la professionalità non possa comprendere (anche) la condivisione della propria fatica e dei propri passi falsi.

Per quello che mi riguarda, considero dei piccoli tesori i blog di quei professionisti che condividono il racconto dei propri errori e del modo in cui li hanno aiutati a crescere; leggo libri e guardo volentieri i film che raccontano le difficoltà del percorso di personalità di successo; penso spesso a Van Gogh, il più sfortunato di tutti (!) e dopo, di solito, mi sento meno sola, perché mi ricordo che…

Vulnerabilità e professionalità sono le due facce della stessa medaglia.

Non ho la pretesa di essere il miglior giudice di me stessa (!) ma se faccio una cosa che fa pena di solito me ne accorgo e per questo, dopo aver fatto pace col mio ragazzo, sono corsa a rileggermi tutte le newsletter che ho inviato da un anno a questa parte. Bè, la verità è che mi sono piaciute di nuovo, tutte.

Briciole per i tuoi momenti vulnerabili

➳ La mia newsletter… Taaac!➳ L’imperfezione è il nostro Paradiso di Harriett Scott Chessaman 
➳ E ci campi?
 di Zandegù 
➳ Avere delle ambizioni
 di Enrica Crivello

➳ Walt prima di Topolino di Khoa Le (solo in inglese)
➳ Frida di Julie Taymor
➳ Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta

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