Se la Strada chiama

Racconti
3 maggio 2018 

É strano.

Passiamo la vita disegnando cerchi di passi attorno agli stessi tragitti, ma tutto ci sembra sempre bello e nuovo ad ogni stagione.

Aspettiamo i colori ardenti dell’autunno e la sua promessa di riposo;
desideriamo l’inverno, le sue giornate corte e il bianco della neve;
la Primavera non arriva mai troppo presto e ci fa gioire col suo tepore e i suoi profumi;
ed ecco ancora l’estate, col suo miraggio di libertà e giovinezza.

Anche per Sara era stato così.

Per tutta la vita i suoi piedi non avevano conosciuto che gli stessi sentieri: dalle tratte “ampie” -casa/scuola, casa/lavoro, casa/supermercato (e le poste, e la banca)- alle tratte “brevi” -cucina/soggiorno, cucina/bagno, soggiorno/camera, camera/bagno, camera/cameretta.

La sua vita gravitava attorno a quell’itinerario invisibile di percorsi conosciuti.

Non si era mai domandata se la cosa le garbasse davvero: così era da tempo e, tutto sommato, anche se certi anni aspettava le vacanze con un pizzico di impazienza in più, non le era mai dispiaciuto veramente tornare a casa e questo le bastava come prova della sua soddisfazione.

Chissà, quindi, cosa doveva essere accaduto poi.

Parenti e vicini ne convenivano.
Per una come Sara, previdente e prudente (per non dire prevedibile), quello era stato un vero colpo di testa: da un giorno coll’altro se ne era venuta fuori con l’annuncio di volersi mettere in Cammino.

Se gli amici non avevano capito, i parenti non ci avevano dato troppo peso, salvo percepire un vago senso di allarme quando l’avevano vista comprare le scarpe, lo zaino, il sacco a pelo e tutto l’occorrente.

Che Sara faceva proprio sul serio, però, lo avevano scoperto tutti solo la mattina che lei li salutò dall’uscio, col suo zaino rosso in spalla -enorme secondo alcuni, minuscolo secondo altri- e un sorriso sconosciuto sul viso.

Che cosa le era preso? E dove stava andando? E quando sarebbe tornata?

Domande destinate a rimanere senza risposta (va detto che Sara, in realtà, qualcosina aveva spiegato, ma forse nessuno era stato attento).

Che coro si era sollevato quando era sparita svoltando l’angolo!
Gli increduli enfatizzavano la loro incredulità, i preoccupati seminavano apprensione, i contrariati facevano “no no” con la testa.
Sara, per una volta, aveva rovesciato le carte in tavola e aveva spiazzato tutti.

Tra i molti che erano lì a salutarla, però, qualcuno che non l’aveva disapprovata c’era. Un vecchio cane grigio, figlio della strada ma da anni “adottato” dal quartiere, quella mattina se ne era rimasto a osservarla in disparte e chi lo aveva notato -più tardi-  avrebbe giurato che il cane, guardando Sara camminare verso sentieri finalmente sconosciuti, sorrideva. 

Forse si era trattato di uno scherzo della luce, di un’impressione o di un’ombra… o forse no: chissà che proprio il vecchio cane grigio non fosse stato l’unico a capire che Sara non era impazzita.

Forse gli anni non erano trascorsi senza regalargli un po’ di buonsenso, forse aveva conosciuto la fame nei piedi (nel suo caso nelle zampe) o forse sapeva che in fondo siamo tutti i pellegrini -vagabondi in cerca di meta, mendicanti di sole e di libertà- e per questo era stato l’unico a intuire che Sara aveva solo deciso di fare una cosa che in molti rimandano per tutta la vita: dare retta all’ululato della Strada, che nella sua immensa saggezza sa sollevarsi proprio quando i nostri sentieri non ci bastano più.

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