Se posso

Note a margine
8 settembre 2018 

Coi miei occhi ho visto tante cose.

Ho visto il sole sorgere su un’immensa distesa verde e oro; un fiume di fuoco nascere dalla terra e brillare nella notte.

Ho visto le rovine di antiche città, resti di case e fortezze sorte per mano di un’umanità ancora giovane e sopravvissute a secoli di passi.

Ho visto la terra rossa macchiata dall’intrico di rovi, ginepri, mirti, oleandri, allori e spine; un tutt’uno aggrappato alla vita sotto all’implacabile cielo rovente.

Ho visto colline che un tempo erano montagne prendersi gioco del sole, imbellendosi col giallo dei fichi e col fucsia dei fiori.

E poi ho visto l’uomo farsi spazio in tutto questo.

L’ho visto, debole e spaurito, strappare i propri santuari alla terra al cielo e al mare, lottare contro una natura violenta e imprevedibile.

C’era dignità nello scontro tra il cinghiale e il cacciatore, nella gara alla vita tra il pescatore e gli abitanti del mare. C’era dignità perché c’era il rispetto per un tutto da cui dipendiamo, a cui apparteniamo, a cui dovremo tornare.

Ma l’abbiamo dimenticato.

Quel sentimento di reverenza ancestrale verso ciò che era misterioso e incompreso ha ceduto il posto alla disattenzione.

Camminiamo ancora sulle stesse strade, strappiamo ancora spazio al cielo, alla terra e al mare per i nostri santuari, ma ci lasciamo dietro una scia di rifiuti che non vediamo -o non vogliamo vedere?- nella convinzione che tanto non sarà quel nostro poco a fare la differenza.

Non sarà proprio il nostro mozzicone di sigaretta a inquinare il mare.

Non sarà proprio la nostra carta gettata fuori dal finestrino a rovinare il campo.

Non sarà proprio il nostro fazzoletto a distruggere la foresta.

Camminiamo, e la nostra disattenzione procede assieme a noi.

Perché non ho visto grandi compagnie con grandi interessi a ricoprire di nero la bellezza accecante.

No.

C’erano una madre che dava a suo figlio una bottiglia piena di mozziconi per giocare, lasciando che tutto si riversasse in mare.
C’erano uomini e donne semplicemente distratti, incuranti del vento, del mare e della carta abbandonata alla mercé di entrambe le cose.
C’erano ragazzini precocemente arroganti, avulsi a loro stessi e, di conseguenza, incapaci di comprendere la vita da cui erano attorniati.

Allora ho pensato a me, al mio posto nel mondo, al modo in cui sto spendendo il mio tempo e mi è tornata in mente un’antica domanda: cosa c’entra tutto questo con le stelle?

Cosa c’entrano le mie storie e le mie immagini con il tutto di cui faccio parte?

Forse nulla, o forse, invece, c’entrano in un modo più profondo di quanto io non riesca a immaginare.

Perché, se posso, vorrei che le mie storie e le mie immagini riportassero a casa l’attenzione smarrita;
vorrei che ricordassero ai nostri cuori assopiti che il mondo non ha mai smesso di essere quella presenza misteriosa e imprevedibile a cui anche noi apparteniamo.

Se posso, vorrei diffondere vibrazioni più potenti dello sdegno e più persuasive della paura: lo stupore e la meraviglia.

E se anche alla fine non cambierà nulla, saprò che ne sarà comunque valsa la pena.

Di certo sarà cambiata io.

Quest’anno in vacanza ho deciso di non fare foto ma di ritrarre i posti che ho visitato.
Il post che avete letto è nato mentre realizzavo questi disegni. 

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