Storia di un successo

Crescere
10 ottobre 2017  

Ebbene sì: ogni tanto capita.
Capita che si abbia un’idea imprenditoriale buona, molto buona, e che si decida di concretizzarla.

Si parte dalle basi: si ricerca il luogo giusto, si chiedono preventivi, si scelgono persone in sintonia con la propria visione, disposte a crederci come se il progetto fosse il loro; si cercano i soldi, si chiedono prestiti, magari ci si indebita e poi, finalmente, si parte. Si forma un team per dare forma all’idea.

Si lavora tanto e sempre (di giorno, di notte, di sabato e domenica), ci si arrabbia, si litiga, si affrontano i (soliti) mille imprevisti -la perdita del tubo dietro la parete, la burocrazia che riserva sempre grandi sorprese, il fornitore che sbaglia il colore delle porte- e intanto sono già scappati i mesi ed è il giorno dell’inaugurazione.
C’è tanta gente fin dalle prime ore -incredibile- e il pomeriggio è un turbinio di abbracci, sorrisi, parole di ringraziamento ed emozione.

E l’indomani… sorpresa: i clienti arrivano numerosi perché, signori, questa è la storia di un successo.

C’è sempre da imparare, dalle storie di successo. Cosa le ha determinate?
Un piano ben fatto? La giusta comunicazione? Soldi da investire?
Io un’idea sto cominciando a farmela, ma partiamo dal principio…

“Clari, vogliamo aprire uno studio di osteopatia e nutrizione, dobbiamo decidere tutto, logo, biglietti da visita, insegne, tutto. Cominciamo dal colore delle pareti?

Quando Alberto e Francesco hanno esordito con questa richiesta, durante il nostro primo incontro, ho capito che volevo assolutamente lavorare con loro.
I SomaBoys (come io li chiamo affettuosamente) non fanno parte del mio target: non sono donne e non operano nel settore creativo, ma hanno entusiasmo e coraggio da vendere, e così è stato inevitabile appassionarmi al loro progetto e decidere di unirmi alla squadra.

Somalab Studio era una scommessa ambiziosa: uno studio integrato di nutrizione, ricomposizione corporea e osteopatia, realizzato in un ex negozio di abbigliamento che nel corso di un’estate ha totalmente cambiato faccia grazie a un team capitanato da un architetto, un’impresa edile ed io.

È stato bello, bellissimo, vedere pian piano questo spazio trasformarsi, acquisendo il “carattere” che Francesco ed Alberto scoprivano -e costruivano-, grazie al lavoro sull’identità del brand svolto insieme.

Perché in effetti, quello che ho fatto per loro non è stato altro che prenderli per mano e aiutarli, un poco per volta, a porsi le domande giuste e a mettere le risposte in ordine.

Ecco, se devo pensare a cosa accomuna le realtà di successo che ho incontrato finora, mi viene subito in mente l’abilità di mettere e mantenere ordine tra i tanti aspetti del business in maniera funzionale.

In altre parole, la capacità di scegliere, tra le tante strade che si possono intraprendere, quelle più corrispondenti e l’abilità di mettere ogni cosa in connessione con queste scelte.

Muoversi in questo modo, soprattutto all’inizio, non è né semplice né scontato: quando si decide di fare sul serio (magari investendo dei soldi che poi devono rientrare) la cosa che spaventa di più è proprio l’idea di “definire”, di escludere delle cose a favore di altre, perché sembra sempre di starsi precludendo delle possibilità.

Questo “tranello” l’ho vissuto sulla mia pelle: quando abbiamo aperto la nostra piccola Officina a Milano (ndr. io e la mia ex-socia / lo studio che poi ho chiuso quest’estate), il desiderio di farci conoscere e la paura di non riuscire a pagare l’affitto ci hanno fatto accettare, soprattutto all’inizio, compromessi di ogni tipo. 
Abbiamo partecipato a eventi senza capo né coda (che se ci penso ora!), abbiamo rinunciato praticamente fin da subito alla nostra idea di lavorare con gli adulti perché “se dobbiamo pagare l’affitto, sicuramente le proposte per i bambini funzionano meglio”, abbiamo lasciato che le problematiche economiche determinassero in buona parte le nostre scelte e tutto perché, alla base, questo gran lavoro di “mettere ordine” non c’era stato.

Avevamo lo spazio, la voglia di fare e una notevole dose di coraggio, ma non avevamo le coordinate per orientarci e camminare nella direzione giusta per noi.
Non avevamo il brand a farci da bussola.

Costruire un brand, dargli una forma, significa fare sostanzialmente questo:

mettere in relazione i propri valori e desideri con i bisogni delle persone a cui ci si rivolge, tanto con la scelta di parole ed immagini quanto con il coraggio di prendere decisioni, chiudere porte e definire una direzione.

Anche Francesco e Alberto partivano da “zero”, senza conoscenze particolari di branding, un progetto ancora in gran parte in fase di ideazione e su, molte cose, idee divergenti, ma devo ammettere che, anche per questo loro stato di “confusione”, per me è stato davvero emozionante guidarli alla scoperta dell’idea che ciascuno aveva del suo “Somalab” e poi aiutarli ad unirla, per dare forma ad un’identità di brand che fosse pienamente di entrambi.

Somalab Studio ad oggi è una storia di successo.
Io non so spiegarne con esattezza il perché (certamente i fattori che lo hanno determinato sono molteplici, interconnessi e difficilmente riproducibili) eppure, anche pensando alle storie di altre realtà che ce l’hanno fatta (magari non subito, magari non con il botto) -nonchè riflettendo sulla mia personale esperienza con Spazio Oulipò- mi sto convincendo sempre di più che, in fondo in fondo…

…La grande discriminante tra chi emerge e chi no siano le idee chiare.

Briciole per chiarirti le idee

➸ Leggi di fila tutto ciò che hai pubblicato sul tuo canale di comunicazione principale negli ultimi tre mesi. Qual è la prima cosa che noti? 

➸ Spionaggio aziendale: osserva le scelte di business e di comunicazione che i tuoi competitors hanno compiuto nell’ultimo anno, e poi domandati se le approvi oppure no (ps: non ci sono risposte giuste o sbagliate!) 

➸ Lunghe passeggiate contemplative nei boschi (naturali e/o urbani)

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