Lettera del 4 giugno 2019

Quel che ho capito delle vette

Il mio ragazzo sente il richiamo della montagna.

Non è né un alpinista né uno scalatore e in tutto in montagna ci va (ci andiamo) non più di una decina di giorni l’anno, ma segue con una certa attenzione le avventure alpinistiche che si intraprendono qua e là per il mondo e spesso fantastica di scalare il K2.
Per fortuna, per ora si accontenta di leggere libri e di guardare film sull’argomento: circa un mese fa ha comprato Aria sottile, un romanzo-inchiesta del saggista e alpinista Jon Krakauer riguardante le vicende che portarono alla morte ben otto scalatori nel giro di un giorno in cima all’Everest nel maggio del 1996, tragedia che Krakauer visse in prima persona.

Sull’argomento “scalate estreme” -e in generale “cose estreme”- la mia opinione è sempre stata lapidaria: bisogna avere ben poco cara la pelle per andare a ficcarsi di proposito in situazioni ad alto rischio senza motivo alcuno se non “il piacere del brivido”.

Eppure, prima leggendo e poi divorando a mia volta una pagina dietro l’altra l’analisi di Krakuer, uno spiraglio di comprensione ha iniziato ad ammorbidire il mio giudizio granitico.

Una settimana dopo ero già immersa nella lettura di un altro suo libro, divenuto celebre dopo che Sean Penn ne ha tratto il film che tutti conosciamo: Into the Wild.
Il romanzo, in ultima analisi, è il tentativo da parte di Krakuer di comprendere cosa abbia portato Christopher McCandless -un ragazzo giovane, di famiglia benestante e con un’intelligenza e una sensibilità decisamente fuori dal comune- a cacciarsi di proposito nel fitto di una foresta in Alaska, senza una mappa, in totale isolamento e senza provviste sufficienti, in una situazione che alla fine gli è risultata fatale.

Già, cosa?

Cosa è passato per la testa -o per il cuore- di Chris McCandless aka Alexander Supertramp, cosa è passato per la testa -o per il cuore- di Daniele Nardi (alpinista italiano morto lo scorso febbraio in un tentativo di scalata invernale sul Nanga Parbat), cosa passa per la testa -e per il cuore- di chi sceglie di mettere così aspramente a repentaglio la propria vita?

Una parte di me non riuscirà mai a capirlo.

Tuttavia, queste storie mi sono rimaste addosso, pungendomi come un sottile spillo di ghiaccio e riportando a galla domande e sensazioni scomode, inevitabili ed ancestrali.

Mentre percorrevo in lungo e in largo l’Ovest americano assieme a Chris, ho percepito sulla punta della lingua l’entusiasmo che solo l’ignoto sa scatenare, ho ricordato il gusto sapido dell’avventura e ho sentito pulsare sottopelle l’energia che si concentra in attesa dell’azione.
Mentre procedevo assieme a Krakauer verso la vetta (e quello di farti sentire quanto stai leggendo è un dono che solo i narratori davvero grandi possiedono), ho sentito quella fame di terra sotto ai piedi e di orizzonte negli occhi che io stessa ho conosciuto, sebbene in dose fortunatamente meno pericolosa: quella che, appena un anno fa, mi faceva svegliare presto al mattino per mettermi in marcia su qualche sentiero prima di colazione, quella che mi permetteva di superare la paura di sapermi sola nel bosco, quella che mi spronava a concentrarmi sulla promessa della cima, anziché sulla fatica, quando intraprendevo qualcosa di nuovo che non sapevo cosa mi avrebbe riservato.

E all’improvviso mi ha attanagliato una malinconia densa come la melassa per il ricordo di quella parte di me che sapeva stare di fronte all’ignoto senza indietreggiare di un passo, semplicemente perché l’entusiasmo era più forte della paura.

La verità è che di un sogno da inseguire io ho bisogno come l’aria, tutti noi ne abbiamo bisogno come l’aria, perché, comincio a pensare, è da qui che origina la vera sostanza di cui siamo fatti.

Sogni e desideri, fame insaziabile e orizzonti da conquistare: ciascuno a suo modo, ciascuno stabilendo il proprio limite, ma sempre e comunque con una visione nel cuore da rincorrere e da realizzare.

Il merito delle storie, in fondo, è questo qui: mostrarci il riflesso di vette ed abissi e darci il coraggio di superarli.
Riportarci a noi stessi.

Soprattutto, ricordarci che possiamo sconfiggere la paura perché, in quanto esseri umani, siamo fatti proprio per questo.

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